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Dogo Argentino

(RICONOSCIUTO ENCI-FCI)

DR. ANTONIO NORES MARTINEZ, BUENOS AIRES CLUB DE CAZADORES, 1946

Signori, nessuna specie del creato, ha sofferto tanto le conseguenze della legge dell’evoluzione come la specie canina. La sua fedeltà all’uomo, dalla preistoria fino ai giorni nostri, gli ha fatto acquistare una ammirevole facoltà di adattamento ai cambiamenti ambientali e geografici, determinati dalla necessità della lotta per la vita imposta al suo padrone, non per i grandi cambiamenti geologici ma piuttosto in virtù del capriccio umano.

 

Chi non ha avuto modo di osservare l’enorme differenza morfologica che esiste tra un cane corpulento di razza gran danese e il minuto pechinese? Tra il longilineo e aristocratico levriero irlandese ed il tarchiato bassotto? Tra il bel pelo di un setter o di un collie e la pelle nuda di un pila? Non c’è forse più differenza nella morfologia delle razze che abbiamo appena confrontato, rispetto a quella che esiste e si distingue tra un leone e una tigre, tra un lama e un guanaco, e tra un antropoide e un essere umano dell’età primitiva? Perchè tra esemplari di una stessa specie e solo in questa specie dell’estesa scala zoologica, si possono avere differenze tanto grandi da superare quelle che riguardano specie distinte? Signori, c’è solo una risposta a questi interrogativi.

 

E’ dovuto a quella magnifica facoltà di adattamento che ha avuto la specie canina, acquisita seguendo il padrone, nel corso di tutte le età della storia per tutti i sentieri del pianeta, e alle intemperie di tutti i climi della terra, per servire con la stessa abnegazione un padrone di tutte le razze, di tutti i caratteri e di tutte le culture. Perchè signori, la storia insegna che oltre la notte dei secoli, oltre le soglie della preistoria, dove è apparso il primo sentiero e la prima impronta del piede umano, lì stesso, allora come ora, insieme a questa impronta, stava quella del suo nobile e fedele amico. Il compagno di sempre… Nell’allegria e nel dolore, nella miseria e nell’abbondanza, nella speranza e nella disperazione, nella culla e nella tomba, nella vita e nella morte... c’era il cane, l’unico essere tanto nobile che è capace di leccare la ferita del padrone prima che la propria e rendere felice la sua vita, l’unico capace di baciare sia la sua mano quando lo accarezza... che la sua frusta quando lo castiga. Signori, io, in tutto questo, vedo qualcosa di più che una semplice realizzazione dell’istinto...; io vedo tratteggiato nella sua psicogenesi un sentimento superiore. Io vedo nel primo gesto, molta concretezza e  dedizione; nel secondo molta gratitudine e nel terzo... il gesto sublime del perdono...

 
 
 

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